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The Bothersome Man

Rating: 4.00/5 (1 Vote)
The Bothersome Man 4.00 of 5 1 Vote.
La verità non esiste e la vita come la immaginiamo di solito, è una rete arbitraria e artificiale di illusioni da cui ci lasciamo circondare' questo secondo Lovecraft , ma forse anche secondo Andreas (Trond Fausa Aurvaag) che |'rilasciato' nel deserto, unico passeggero su un autobus senza ritorno, e destinato al ruolo di piccolo contabile di un'asettica holding, in una sorta di Oslo purgatoriale, assiste al proprio ingresso in una strana comunità, in cui tutto è assunzione impersonale e distacco. Il film si apre con una scena agghiacciante per ipotesi psicologica, e presto reiterata nel film a rappresentare il disagio di un uomo, che ha colto le rimozioni di chi gli sta intorno, e sa di essere assolutamente estraneo ed alieno ai suoi meccanismi. La società di Den brysomme mannen è moderna, controllata e superficiale: è tutto perfetto, ineccepibile ma le persone dell'ufficio ad esempio, sembrano discorrere ed essere quasi ossessionate da cataloghi di arredamento e da un'idea programmatica in cui essere felice, significa non mancare le scadenze o gli accessori.

Andreas scruta con disagio la fissità dei gesti e dei volti che lo circondano, ride, piange al cinema, si ferisce intenzionalmente, secondo quell'aforisma di Camus, per cui 'Non v'è amore per la vita senza disperazione di vivere', cerca una donna vera di cui innamorarsi, in alternativa all'algida e dominante fidanzata, automa di una dimensione in cui la vita assume proporzioni da fantastico kafkiano. Testimone di un suicidio terribile, osserva l'imperturbabile di chi lo circonda, o di chi governa questo strano mondo senza colori e rimuove ogni genere di disturbo: il suo che si accorge che qualcosa non va, o i corpi di coloro che, per non aver retto alla diversità della normalizzazione, si sono tolti la vita.
Solo l'incontro con un uomo che lamenta a gran voce attraverso la porta di una toilette, l'assenza dei sapori e degli odori, persino della cioccolata e la sparizione di ogni bambino, lo spingono ad un gesto forse irrimediabile, ma come scoprirà inutile, perché ad Andreas, sempre più imbarazzante con i suoi sogni e le sue domande annullate, non è dato di ferirsi o uccidersi..

Fanta thriller esistenziale, Den brysomme mannen sembra distillare il meglio dei personaggi di Lynch e Kaurismaki, con un incipit da satira della società e del costume odierno norvegese (non è un caso che il film sia stato distribuito anche con il titolo Norway of life), che procede quasi a ritroso sui binari di un horror beckettiano, dove il protagonista in un crescendo di reazioni e proteste che culminano nella scena della metropolitana (trovata horror tra le più bizzarre, ma sintomo di un cinema straordinario e originalissimo, sempre più raro e al di là della promulgazione contemporanea del blockbuster dogma), capirà che dovrà rompere gli schemi e il diaframma convenzionale dell'universo rigido, in cui vaga come outsider, per tornare al grande nulla accecante, forse freddo, ma inizio sostanziale di ogni cosa.

La verità esige una ricerca seria, creare è dare una forma al proprio destino (Camus): è così per Anne Britt, la fidanzata che passa la vita a cercare complementi d'arredo che possano dare una svolta significativa all'aspetto interiore delle cose, ma anche per Andreas, che ha sentito il richiamo verso un mondo di contenuti, sensoriale, aspecifico, imperfetto, e per questo vero, oltre la finzione della parabola che sta interpretando.
Quasi una fiaba macabra e senza lieto fine, dove la proiezione però di una via di uscita, la misteriosa melodia che emana dalla fenditura di una parete, sarà l'inizio della frattura e la conclusione dell'idillio con gli strani abitatori del film…Andreas è esiliato, licenziato perché ha squarciato il velo dell'ignoto e una volta assaggiata la realtà, non è più possibile tornare indietro o affrancarsene.
Trionfatore de la settimana della critica di Cannes del 2006, con un elenco di nominations per festival, quasi interminabile, Il film non è mai stato distribuito in Italia . E' stato diretto da Jens Lien (Johnny Vang), misconosciuto al nostro pubblico, e rinnovatore insieme al regista Bard Breien ( 'Kunsten a Tenie negativt', L'arte del pensiero negativo), dei registri della black comedy nordica, che mescola l'orrore che nasce dalle maschere del quotidiano (consumo estemporaneo della civiltà e delle sue derive), con il teatro esistenziale e crudele dell'assurdo.

 

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