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Terrore nello Spazio

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Esistono pochi esempi di cinema sci-fi in Italia, ma quei pochi rappresentano le punte massime della cinematografia nostrana in termini di creatività e fascino scenografico. Questo anche per la teoria che in mancanza di mezzi adeguati, la proverbiale capacità di arrangiarsi di artigiani come Mario Bava, si esprime alla massima potenza. Da questo presupposto nasce Terrore nello Spazio, caposaldo e raro caso di cinema europeo che, negli anni, ha ispirato pellicole d'oltreoceano come Alien di Ridley Scott. Utilizzando modellini di plastica, macchine per il fumo e scenografie disegnate, grazie anche all'uso sapiente di luci e giochi cromatici in tonalità blu e rosso, Mario Bava dà vita ad una storia che ingloba in sé stessa il mito del vampirismo ed i canoni della sci-fi classica (Pensiamo a film come It came from Outer space o Forbidden Planet) per elaborare qualcosa di nuovo, inquietante e decisamente fascinoso.

Gli amanti del vintage non potranno non adorare le splendide tute in lattice nero con cui sono vestiti gli astronauti delle navicelle Argos e Galyot, attratte da questo misterioso pianeta deserto chiamato Aura, ricoperto da pozze di liquido bollente, nebbie fluttuanti e rocce dalle forme strane. Appena atterrati, i membri dell'equipaggio della Argos vengono assaliti da una forza misteriosa che li induce ad aggredirsi fra di loro. Durante una spedizione trovano il relitto della Galyot con tutti i suoi occupanti morti, li seppelliscono sotto tumuli di pietra ma questi risorgono, in una sequenza veramente spettacolare, animati da una forza aliena che necessita di corpi per poter sopravvivere. Degno di nota il ritrovamento dell'astronave di questa razza di extraterrestri giganti (le sculture che ne riproducono i cadaveri fossilizzati fanno ancor oggi la loro bella figura), realizzato con grande maestria. L'uso di suoni e luci sopperisce alla povertà di mezzi per creare quella giusta attenzione che ci si aspetta di trovare su un pianeta come questo; il finale poi risulta beffardo e squisitamente originale in un'epoca dove l'happy ending rappresentava una ferrea regola della cinematografia comune.

Bava compensa le evidenti carenze rispetto ai modelli esteri con la sola forza di cui dispone, l'estro creativo e dimostra che in certi casi, basta ed avanza per realizzare un capolavoro.
Il soggetto è tratto da un racconto di Renato Pestriniero intitolato Una notte di 21 ore ed è sceneggiato da Alberto Bevilacqua e Callisto Cosulich. Esistono inoltre due scene finali diverse, anche se di poco, in cui l'astronave, con i due sopravvissuti (ma posseduti anche loro dagli alieni) puntano verso la terra. Nella prima l'astronave si sovrappone al pianeta, nel secondo più comunemente, rimpicciolisce man mano che si avvicina al globo terrestre.

 

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