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Talos: L'Ombra del Faraone

Rating: 2.00/5 (1 Vote)
Talos: L'Ombra del Faraone 2.00 of 5 1 Vote.
Ingredienti: un titolo capace di richiamare alla mente lontani echi hammeriani, un regista con una prova immortale alle spalle, un cast variopinto su cui si staglia imponente la figura di Cristopher Lee (guarda caso l'icona delle produzioni Hammer insieme a Peter Cushing), una manciata consistente di errori storici da far accapponare la pelle.
Preparazione: girate un'introduzione le cui atmosfere pagano qualcosa in più che un semplice dazio a quella de L'Esorcista, fate morire l'unico attore in grado di recitare come si deve dopo 5 minuti 5 di film, mescolate senza badare troppo alle misure horror, fantasy, thriller e spionaggio ed otterrete un composto informe ed insapore dal titolo Talos: L'Ombra del Faraone.

E' brutto ammetterlo, ma l'opera di Mulcahy (che ad onor del vero non si è praticamente mai segnalato per film da ricordare, a parte Highlander) fa acqua da tutte le parti e si guadagna una bocciatura senza appello, regalandoci strafalcioni e demenzialità degne di un b-movie squattrinato.
La vicenda si apre nel 1948 in Egitto, dove Richard Turkel (C. Lee) e la sua spedizione sono a caccia della tomba di Talos, luogo maledetto e circondato da una malefica forza che non tarderà ad eliminare brutalmente gli avventurosi archeologi, capaci però di sigillare l'uscita per evitare disastri mondiali. Cinquanta anni dopo, una nuova spedizione, guidata dal professor Marcus e dalla nipote di Turkel, Sam, torna negli stessi luoghi ma con apparentemente maggior fortuna. Una volta giunti a Londra con i reperti preziosi, i nostri si accorgeranno di aver scatenato l'Inferno.

Ora, la storia di per sé non sembra da denigrare tout court, col suo tentativo ipotetico di riportare il cinema horror alle origini (la prima Mummia risale al 1911), tantomeno ci sentiamo di crocifiggere Mulcahy per la resa stilistica non proprio all'altezza (effetti speciali compresi) a causa di un budget risicato. Quello che sembra inspiegabile è come si sia giunti a questa sorta di manuale del perfetto film da non girare. Talos paga una totale incoerenza narrativa e di stili che lo porta ad iniziare come horror tradizionale, proseguire poi come slasher, thriller paranormale, spy story alla James Bond con licenza di addormentare, terminando lì dove aveva iniziato dopo oltre novanta minuti di nulla cosmico.
Eccezion fatta per i primi minuti, non c'è praticamente nulla che funzioni: tutta la prima parte scorre lenta e prevedibile, con Talos ridestato dal suo millenario sonno e pronto a riprendersi gli organi vitali dalle reincarnazioni dei suoi seguaci, semplicemente fasciando le vittime con i suoi bendaggi, con buona pace della componente sadico-adrenalinica che la serie di omicidi avrebbe potuto solleticare.

La parte centrale è una lenta presa di coscienza da parte dei membri della spedizione di aver risvegliato una creatura demoniaca, aiutati da un loro compagno d'avventura caduto nel vortice della pazzia dopo aver avuto le visioni premonitrici nella cripta. Anche qui, a tarpare le ali al film, ci pensano alcuni personaggi francamente imbarazzanti, caratterizzati da personalità al limite dell'infantile e supportati da dialoghi degni di censura. In aggiunta a tutto ciò, è qui che si sviluppa una storia d'amore tra il poliziotto americano Riley (un Jason Scott Lee monoespressivo) e Sam, posticcia e prevedibilissima in funzione del finale. Finale che eviterò di svelare ma che, oltre a lasciare davvero poco spazio alla fantasia, lascia aperte inquietanti prospettive per un eventuale sequel.
Da salvare c'è solo una certa ironia (o almeno, ci si augura ci fosse nelle intenzioni del regista) che tutto sommato pervade l'intero film, trasformandolo in un colorato divertissement senza troppe pretese da guardare senza badare molto alla sostanza. Tutto il resto, come canta Califano, è noia.

 

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