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Super 8 [1]

Rating: 3.00/5 (1 Vote)
Super 8 [1] 3.00 of 5 1 Vote.
Lo guardiamo finire come se fosse un calcio alla vita che non rispetta le date del tempo. Nostalgico, avventuroso, ma con pudore: Super 8 di J.J. Abrams (regista, sceneggiatore, produttore) omaggia, a debita distanza, il mondo lunare di Steven Spielberg e ne mangia la terra creativa, crea monumenti illuminanti che richiamano gli anni d'oro del cinema fantastico anni Settanta ed Ottanta sino a (vivi)sezionare l'empatia per il tributo e l'ammiccamento per le nuove leve. Tra questi due forti, esigenti poli d'attrazione (il carillon cinematografico meno contemporaneo e l'azione clochard tutta effetti ad occhi aperti) vagola il treno superveloce di Super 8 che, dopo una premessa calorosa e vecchio stile, vira al blockbuster tout court senza memoria. Lo sguardo metacinematografico prende olio dalla trama: nell'estate del 1979, in Ohio, un manipolo di amici decide di girare in super 8 un film da destinare al circuito del festival di provincia. Mentre si gira, i ragazzi sono testimoni di un incidente ferroviario anomalo e misterioso. E cominciano ad insidiarsi sul posto militari ed urli di guerra, dalle abitazioni vengono rapiti d'avviso oggetti, persone, sogni e pensieri. Che cosa sta accadendo di così alieno e sfuggente, spetterà proprio ai giovani protagonisti scoprirlo, tra biciclettate degne di Amblin Entertainment, respiri di mondi diversi ed elettrici padri-padroni che inchiodano la libertà giovanile. Tutto questo, mentre dall'oscurità fuoriescono mostri senza finzioni che sembrano presi di peso da Cloverfield o membrane scisse dall'umano come ai tempi di Lost. Si è detto che, con Super 8, Abrams rilegge Spielberg, adattandolo ai giorni nostri. Eppure la sensazione enigmistica è che ci troviamo lontani, lontani da Incontri ravvicinati del terzo tipo e dalla poetica dell'amicizia tra terrestri ed oggetti non identificati. Abrams ripesca dal repertorio dell'eccellente Monsters, piuttosto, elidendo la metafora dell'amore dove possibile. Perché i tempi sono quelli dell'odio, non dell'amore; sono quelli delle meschinità naturali e dell'Uomo, è il grande godimento epocale della scienza che sfugge di mano e sotterra l'infanzia. C'è più Guillermo Del Toro che Universal anni Trenta, in questo apocalittico e geniale fantasy. Non si può non dire grazie a J.J. Abrams per averci regalato questo ritmato assolo tecnico, fatto di creazioni bentagliate, in un momento in cui l'evoluzione rende il cinema di genere sempre più disperso. Lo studio del creatore di Lost comincia a fare effetto. Perché ci conforta, avanza di dignità con un cast eccellente, grazie ad un ricordo musicale che vuole tenere la luce accesa sopra tutto, sopra il buio che ci insegue da tanti carnevali filmici addietro.

 

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