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Small Town: La Città della Morte

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Small Town: La Città della Morte 2.00 of 5 1 Vote.
Un giovane fotografo sta facendo un tranquillo giretto con la sua biciletta tra i boschi, mentre una coppia di sposini decide di fare una gita all'insegna dell'avventura: entrambi si ritroveranno nella terra di Grockleton, un piccolo paesello dove verranno accolti squisitamente dai suoi abitanti, che si dimostreranno fin troppo gentili con i forestieri. Col tempo però le cose cambieranno e l'inquietante verità salirà inesorabilmente a galla, soprattutto quando i poveri malcapitati verranno a sapere che a Grockleton esiste un'antica tradizione che consiste in una sorta di battuta di caccia, con delle prede molto particolari... Nato come un cortometraggio più che altro promozionale per la neonata Gumboot Pictures nel Novembre del 2003, Small Town Folk piacque a tal punto che nella Pasqua del 2004, il regista Peter Stanley-Ward e la sceneggiatrice e produttrice Natalie Conway, si decisero di realizzarne un lungometraggio, riscrivendo completamente lo script originario.

Il primo elemento di questa horror comedy che salta immediatamente all'occhio è di sicuro l'ambientazione bizzarra: un mondo alla Big Fish, anche se popolato da personaggi con intenzioni decisamente peggiori. Il variegato campionario di freaks della (ben poco) ridente Grockleton comprende infatti spaventapasseri assassini, un cecchino (che ricorda in modo imbarazzante la versione giovane di George W Bush) dalla mira impeccabile anche se cieco come una talpa, più altri folli e folcloristici maniaci di varia entità, tutti guidati dal sadico Landlord (Chris R. Wright, qui anche in veste di produttore). Gran parte della pellicola è stata girata in green screen (soprattutto le plumbee sequenze notturne), una tecnica che normalmente, se non realizzata al meglio e con il dovuto dispiego di mezzi (soldi, per dirla in parole povere), rischia di compromettere senza speranza l'esito di un film. Small Town Folk è costato forse quanto l'elmo di Darth Vader in Star Wars, giusto per citare un celebre green screen movie, eppure, proprio queste lacune tecniche aggiungono ironicamente al mondo ideato dalla Gumboot Pictures quella simpatica atmosfera kitsch che già aleggia per l'intera pellicola. Titoli come Le Colline hanno gli Occhi o The Texas Chainsaw Massacre hanno inaugurato un lungo e prolifico filone caratterizzato da mostruose famiglie di spietati assassini, scarti deformi della società assetati, oltre che di sangue, di vendetta contro il genere umano civilizzato. Niente ironia, o quasi, solo grida di paura.

In Small Town Folk si respira tutta un'altra aria e se ad un primo momento l'aspetto disgustoso della ciurma di Grockleton potrà trarvi in inganno, basterà aspettare di vederli in azione o semplicemente sentirli parlare per capire che qui è la demenzialità a regnare sovrana. Peccato che la storia non sia sempre avvincente e che talvolta dei momenti troppo lenti, come ad esempio alcuni dialoghi o le estenuanti camminate nel bosco, penalizzino il ritmo. Essendo la trama piuttosto semplice e lineare forse sarebbe stato meglio o adottare un montaggio più serrato oppure proprio tagliare certe sequenze francamente inutili. La pellicola ne avrebbe senz'altro giovato. Come primo lavoro della neonata Gumboot Pictures non ci si può comunque lamentare, anche perchè gli uomini della casa di produzione inglese hanno dimostrato di avere delle buone idee e tanta passione per il cinema, qualità che dovrebbero essere d'obbligo nel DNA di un filmaker, ma che ultimamente sembrano sempre più inspiegabilmente un optional.ENGLISH VERSION (a cura di Mirko Toro)

A young photographer is quietly cruising in the woods with his bike, while a new-married couple decides to take an adventurous trip: both will soon find themselves in the land of Grockleton, a small village where they are welcomed by its villagers, who will show too much kindness with strangers. As time passes, things will turn different and the disturbing truth will come to light, especially when the poor unfortunates get to know about the ancient tradition in Grockleton of a hunt with very particular preysu2026 Born as a short film, mostly promotional purpose for the newborn Gumboot Pictures in november 2003, Small Town Folk got a lot of appreciation until Easter 2004, when director Peter Stanley-Ward and scriptwriter/producer Natalie Conway decide to make a full lenth movie of it, re-writing the whole original script.

The first element of this horror comedy which catches the eye is the bizarre location: a world similar to Big Fish, though crowded with people of much worse intentions. The diverse freaks collection of (not much) pleasant Grockleton in fact consists of killer scarecrows, a sniper (who reminds in an embarassing way of a young George W. Bush) with a flawless aim even if totally blind, plus many more insane and folkloristic maniacs, all guided by the sadistic Landlord (Chirs R. Wright, also producer). Most of the film was shot in green screen (especially the leaden nocturne sequencies); a technique which, if not perfectly made with a lot of resources (i.e. money), risks to compromise with no hope the goal of a movie. Small Town Folk cost, perhaps, as much as Darth Vader's helmet in Star Wars, simply to mention a popular green screen movie; and still, exactly these technical gaps ironically add that pleasant kitsch atmosphere which already exist in the whole film. Titles such as Hills have Eyes and The Texas Chainsaw Massacre have opened a long and prolific trend, characterized by monstrous families of cruel assassins, deformed social rejects, bloodthirsty for vengeance against the civilized mankind. No irony, or so, only screams of fear. In Small Town Folk you breathe a different air and even if the disgusting appearance of Grockleton's people may deceive you on a first look, you just have to wait to see them in action, or simply hear them speaking, to understand that insanity rules here. It's a pity that the plot is not always engaging and that sometimes too much slow moments, such as some dialogs or the long walks in the woods, damage the rhythm. Since the story is very simple, maybe it could have been better to make a much tighter editing or cut some scenes (honestly useless). The film could have taken advantage of this. As a first work from Gumboot Pictures, we cannot really complain, also because the people at the english production studios appear to have good ideas and a lot of passion for cinema, qualities which must exist in a filmaker's DNA, but which seem to be much more like an optional latelyu2026

 

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