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Sei Donne per l'Assassino

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Sei Donne per l'Assassino 4.00 of 5 1 Vote.
In un atelier di moda si susseguono misteriosi omicidi che vedono come vittime le modelle, uccise da un misterioso killer con i guanti ed il volto coperto. La polizia arriva sempre nel momento sbagliato, nel posto sbagliato, indagando sulle persone sbagliate, arrivando perfino a fornire alibi agli indiziati e accettando la pista dell'assassino seriale spinto dall'odio verso le belle donne. La verità è ben diversa ma non sarà il commissario Silvestri, anche lui manichino tra i manichini, a svelarla.

Il settimo film in quattro anni di Mario Bava rappresenta la seconda incursione del regista sanremese nei territori del thriller dopo il folgorante esordio con La Maschera del Demonio (peraltro omaggiato nella sequenza del secondo omicidio, quello di Nicole col volto trafitto da un guanto chiodato ripreso dal punto di vista della vittima), i due film storici (in uno, Gli Invasori, il protagonista era lo stesso Cameron Mitchell qui nella parte dell'amministratore dell'atelier) e il primo vero e proprio thriller italiano, La Ragazza che sapeva troppo. Rispetto a quest'ultimo, Sei Donne per l'Assassino si avvale del colore, che permette al regista di sbizzarrirsi nelle scelte di fotografia, con gli effetti delle luci che raggiungono qui il picco massimo in un'orgia cromatica di bagliori verdi, rosa, rossi e blu. Esercizio di stile tutt'altro che stucchevole, il film si apre con i titoli di testa che chiariscono immediatamente le intenzioni del suo creatore: gli attori si mescolano indistintamente ai manichini dello studio di moda, immobili pedine destinate al macello senza alcuna possibilità di salvezza. Pedine alle quali non viene risparmiata alcuna efferatezza giacché omicidi e torture vengono messi in scena con un crudo realismo che, almeno in Italia, non conosceva (e non conoscerà ancora per qualche anno) eguali, come testimonia il supplizio della stufa bollente inferto ad una delle modelle, rea di aver scoperto il diario personale della prima vittima.

Precursore di una certa estetica della violenza tanto cara agli americani, che la useranno come vero e proprio motore in grado di reggere e giustificare, da solo, l'intero impianto negli slasher movies, Sei Donne per l'Assassino precorre notevolmente i tempi anche per quanto riguarda almeno altri due aspetti. Il primo è nel già citato utilizzo di colori e luci, che si illuminano come un vero e proprio lampeggiante che annuncia allo spettatore l'imminente pericolo, e che ritroveremo declinato alle estreme conseguenze nei film degli anni '70 di Dario Argento (si pensi, in primis, a Suspiria e ai suoi ambienti rossi accecanti). Il secondo è l'assassino stesso, anch'egli uguale ai manichini dei titoli di testa: Bava ce lo mostra dopo appena cinque minuti, con i guanti neri, una lunga giubba e un volto completamente coperto da un bendaggio che ne nasconde l'identità, facendolo assomigliare ancora di più a quei pupazzi usati come modelli nell'atelier.

Ma non solo. Disseminando indizi e tratteggiando tutta una serie di personaggi dai connotati negativi (come in un noir, tutti nascondono o danno l'impressione di voler nascondere qualcosa, l'atteggiamento della polizia oscilla tra incapacità e trascuratezza), Bava apre la strada ad un finale doppio che, se da un lato ricompone tutti i tasselli, dall'altro ha ben poco di rassicurante e riflette una visione fortemente nichilista del regista che troverà riscontri ancora più evidenti soprattutto nell'eco-thriller Reazione a Catena e nel violentissimo Cani Arrabbiati. Un'opera estremamente suggestiva il cui valore e la cui importanza sono accresciuti in maniera esponenziale nel corso degli anni, fondamentale nel codificare le regole di un genere (il giallo all'italiana) ancora allo stato embrionale e rivalutata dall'impressionante quantità di citazioni più o meno dirette presenti in una vastità di pellicole successive.

 

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