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Salò o le 120 Giornate di Sodoma

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Per quanto si possa considerare eticamente riprovevole, visivamente disgustoso od eccessivamente compiaciuto nel suo intento disturbante, Salò rappresenta uno spartiacque fondamentale, non solo nella storia del cinema italiano, ma anche nel modo di approcciarsi ad una realtà che già mostrava crepe disincantate anche al cinema. Basti pensare, per citare due autorevoli esempi, a Cane di Paglia di Sam Peckinpah (che anticiperà i vari imprevedibili giustizieri solitari sul tema della violenza dilagante), ai Diavoli di Ken Russell, che pochi anni prima di Salò già si insozzava le mani rovistando nella sporcizia della religiosità, senza contare la critica sociale che un fin troppo dimenticato Elio Petri affrontava in Italia coi suoi film anticonformisti così come Ferreri celava dietro uno humor nerissimo la sua condanna verso usi e costumi della società borghese. Pasolini con Salò fa un riassunto di quanto di peggio ci sia nella società contemporanea, dalla violenza all'ideologia (che sia religiosa o politica), dalla mercificazione del corpo alla spersonalizzazione dell'individuo.


La vicenda è liberamente tratta dal blasfemo capolavoro 'Le 120 Giornate di Sodoma', scritto dal marchese De Sade durante gli anni della prigionia nella Bastiglia e vede quattro illustri cittadini simboli del potere terreno ma privi di nomi, rapire e selezionare una nutrita schiera di ragazzi e ragazze per il proprio piacere personale. Da lì in poi la vicenda passa all'interno della casa, dove verranno lette le regole di comportamento con le relative punizioni e la vita dei malcapitati diventerà solo un lungo e doloroso cammino verso la morte. Rispetto al libro i gironi sono tre invece di quattro ed in ognuno delle narratrici racconteranno episodi della loro gioventù libertina per solleticare la fantasia dei quattro carnefici, fino ad arrivare all'inevitabile finale. Non è un horror Salò, nonostante alcune scene siano più raccapriccianti di tanti horror. L'orrore vero è nel fatto che non c'è alcun intento di intrattenere il pubblico, nessuna serie di omicidi ingiusti pronti a chiudersi con la morte catartica del cattivo.

C'è, piuttosto, una cupa e mesta rassegnazione che non può avere uno sfogo diverso dal girone finale, quello del sangue, dove tutti coloro che precedentemente erano stati segnalati sul libro nero delle punizioni, verranno torturati a morte. Questa parte (il più breve tra i tre gironi) merita un approfondimento a parte almeno per tre aspetti, secondo la mia opinione: la scelta della musica, la scelta dell'inquadratura e la sequenza finale. L'intera colonna sonora è in realtà una anti-colonna sonora, visto che per buona parte del film la pianista interpretata da Sona Saviange, accompagna con timida discrezione i racconti delle narratrici con un lieve brusio di sottofondo, e l'unica parte realmente cantata è una delirante versione del coro alpino 'Sul Ponte di Perati', intonata con naturalezza da tutta la tavolata dopo una scena tra le più deliranti del film.


Per il girone del sangue invece la musica è finalmente parte integrante dell'atmosfera e non più un elemento estraneo e volutamente straniante. L'inquadratura è invece a campo ristretto, mostra la visione limitata dei carnefici che a turno assistono col binocolo alle imprese degli altri tre compagni d'avventura, quasi una metafora della cecità del potere stesso. Infine la sequenza finale, dove due giovani camice nere stanche ed annoiate provano qualche passo di valzer per ammazzare il tempo, palese caricatura di un rassegnato e cinico menefreghismo tutto italiano. Nessuno 'vince' in Salò: non vincono i carnefici, non vincono le narratrici, non vincono i collaborazionisti e tantomeno le vittime (così vengono ordinati e divisi nell'Antinferno, il prologo del film) perché anche il potere più impositivo e restrittivo non può conoscere la libertà senza un'antagonista, nonostante i quattro libertini si sforzino di credere che la differenza principale sta proprio nel fatto che il libertinaggio oltrepassa la dialettica, essendo loro stessi sia vittime che carnefici.

Non a caso Pasolini sceglie di ambientare la vicenda nel periodo della seconda guerra mondiale, adattando il romanzo di De Sade ad un linguaggio ed una realtà più vicina alla nostra, creando una Divina Commedia del male senza nessun Dio. Il corpo non è il contenitore di nessuna anima, è solo uno strumento e molto spesso nemmeno nelle mani di chi lo possiede. Il sesso stesso non ha alcuna valenza piacevole se non quella di soddisfare bisogni tanto immediati quanto effimeri mentre il girone della merda sbatte in faccia senza mezzi termini la falsità della presunta opulenza della civiltà occidentale, ormai talmente abituata ad inghiottire i propri stessi escrementi da trarne un intimo piacere.



I volti delle vittime vanno lentamente spegnendosi col procedere del film, passando dalla curiosità mista a paura durante i racconti della signora Vaccari (molti citati a memoria direttamente dal libro di De Sade) fino all'implorazione di Cristo sulla croce (il 'Dio, Dio, perché ci hai abbandonati?' urlato da una delle ragazze, a squarciare un silenzio gelido) ed alla speranza, disattesa, di andare incontro almeno ad una morte rapida ed indolore.

Pasolini crea inoltre dei microtessuti sociali all'interno della stessa casa, intessendo piccole trame che affioreranno solo col passare del tempo: la relazione saffica tra Eva e Antiniska, scoperta e segnalata da una compagna spia delle due, nel tentativo disperato di salvare la pelle; i continui rapporti tra uno dei collaborazionisti e una delle serve di colore, soppresso nel sangue in una delle scene più significative, con il ragazzo col pugno alzato che viene crivellato di colpi come un novello San Sebastiano. Non ultimi i dialoghi privati dei quattro signori, sempre pronti ad interrogarsi su quale sia il vero significato del potere e quanto siano facilmente manipolabili le grandi masse. Nonostante la presenza di questi elementi, Salò resta un film corale strutturato come una piece teatrale, come dimostra anche l'utilizzo più che frequente della camera fissa, posta all'estremità dell'ambiente per riprendere la stanza ed i personaggi nella loro totalità. Visioni immobili date dalla presenza di tutti quei corpi nudi pietrificati nella loro fissità, di fronte ai quali si muovono a turno le narratrici, i libertini o loro stessi in modo meccanico e dietro precisi ordini.

Non è soltanto l'ultimo lavoro di Pasolini (ucciso prima ancora che il film uscisse nelle sale italiane), il suo vero e proprio epitaffio, ma è anche un modo di ripudiare completamente la 'Trilogia della Vita' appena conclusa. Per trenta anni sequestri e censure hanno letteralmente massacrato Salò, che è ancora oggi proibito in alcuni paesi, trasformandolo in un oggetto di culto ammantato da storie e dicerie non sempre veritiere, imponendo tagli alla pellicola, eliminazione di scene giudicate troppo scabrose ed un mistero su quattro minuti in più dichiarati dal produttore ma che nessuno ha mai visto in realtà.
Ciò che resta oggi è una monumentale opera di straordinaria attualità votata al più totale nichilismo, tuttavia ancora vittima di un ostracismo più subdolo di quello che lo rese un caso nazionale all'epoca della sua uscita.

 

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