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Cannes 2012 - Si comincia subito con un film duro, crudo ed estremo, Antiviral di Brandon Cronenberg

Tornare a Cannes, un anno dopo, e trovarlo come cristallizzato. Perfettamente identico a se stesso. Potrebbe essere passata una sola ora dalla cerimonia di chiusura dell'anno scorso, eppure di giorni ne sono passati più di 365. Sembrerebbe impossibile, vista la quantità di persone presenti, ma sembra di riconoscere gli stessi visi in sala, le stesse facce alle quali ci si era abituati durante le visioni dell'anno scorso. Ma la cosa che più di tutte si è mantenuta identica a se stessa qui è quell'atmosfera che ti entra dentro fin dal primo momento in cui i tuoi occhi si posano sulla gigantografia della Monroe che soffia sulle candeline, affissa proprio all'entrata del Palazzo del cinema. Si respira il cinema qui a Cannes, ed è un qualcosa che va oltre i semplici film proiettati all'interno delle gigantesche sale di proiezione. E' una sensazione che ti segue ovunque. Allontanarsi dal palazzo non la fa scemare, la ritrovi identica in ogni piccolo bar, in ogni angolo di strada, persino al MacDonald's! In ogni caso, passiamo alle cose serie e cominciamo con una prima occhiata ai film in concorso. Colpevole di essere arrivato con qualche giorno di ritardo dall'apertura (quest'anno purtroppo non potrò seguire il festival per tutto il suo intero svolgimento), mi ritrovo subito per le mani un film che lo Splattermaniac medio potrebbe apprezzare veramente tanto. Si tratta di Antiviral, primo film di Brandon Cronenberg, regista canadese trentenne, che porta con se un cognome che suona come una grande responsabilità. Stiamo parlando del figlio del ben più famoso David, anche lui quest'anno presente al festival con l'attesissimo Cosmopolis. In un futuro non troppo remoto, Syd lavora per un'agenzia molto particolare. In questo futuro terribilmente simile al nostro presente, la morbosità verso le figure di successo del mondo dello spettacolo sembra arrivata a livelli parossistici. Non ci si accontenta più di avere l'autografo del proprio mito o della propria eroina, la biancheria intima all'asta su Ebay non soddisfa più le esigenze di chi è ossessionato dal mondo dello spettacolo e dalle discutibile personalità che gli gravitano intorno. Syd lavora per un'agenzia che somministra malattie, virus di celebrità brevettati in provetta e iniettati nei corpi di milioni di fans. Dal semplice herpes, passando per morbi vari, il nuovo, redditizio business non sembra fermarsi davanti a nulla. Syd, non pago delle nefandezze che somministra ai clienti del centro per il quale lavora, si inietta nel corpo alcuni virus, per venderli fuori clandestinamente. Che Brandon sia il figlio di David lo si capisce anche prima di leggere le note biografiche del padre. La stessa insana passione per il corpo e le sue modificazioni, interiori ed esteriori, sembra essersi trasmesso come un gene di generazione in generazione. Anche in Brandon il corpo somatizza quello che la mente sente. Un corpo che diventa il simulacro della propria ossessione, l'innegabile prova del terribile mondo interiore che così tanti uomini si portano dietro. Oltre alle già citate similitudini con il lavoro del padre, Brandon osserva con occhio scrupoloso anche il moderno mondo dell'apparire, la perniciosa ossessività che spinge la gente ad interessarsi più delle vite di celebri sconosciuti che della propria. Seppur non originalissima, la sua visione, sotto questo punto di vista, merita senz'altro considerazione. Per quanto l'opera di David venga rievocata più volte, Brandon rielabora i temi paterni con originalità, senza mai cadere in sterili plagi e scopiazzature palesi. Anche sotto il punto di vista strettamente tecnico-registico il suo lavoro risulta degno di attenzione. Sono diverse le scene crude che faranno la gioia di ogni fan del weird, tra aghi infilati nelle gengive, carni logorate e iniezioni in ogni parte del corpo. Insomma, non un film perfetto, forse un pò lento nella seconda parte, ma, nonostante tutto, un lavoro che porta all'attenzione il nome di un regista giovane e promettente che, speriamo, farà onore al suo cognome anche quando il regista de Il pasto nudo non ci sarà più.

 

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